- Deve proprio finire così...?
La domanda pareva angosciosa, ma forse era solo il vento tagliente che spazzava le strade deserte.
- Deve proprio finire così...?
...No, non deve, ma già mi immagino a camminare tra gli abeti, io che disprezzo il mondo, come se immaginandoli intorno a me potessi sentirmi forte, implacabile, in un territorio a me familiare.
- Deve proprio finire così...?
- Non ho paura del fuoco...
Perché? Perché un pensiero simile? Eppure sotto gli sguardi degli orologi illuminati... questo pensiero fu quello a cui mi aggrappai, per riuscire a non voltarmi indietro.
- Deve proprio finire così...?
20131007
20130929
La stanza
La stanza, una stanza interna di un edificio del buon tempo antico, dalle mura solide e rassicuranti, accoglieva il visitatore in quella giornata di festa. Vi si era rifugiato, con lo spirito non tanto discosto da quello di un nuotatore, che issatosi su uno scoglio, osservi il mare contorcersi sotto i suoi piedi, provando un immediato senso di libertà. Complice, l'illusione del silenzio. Illusione, perché a poco a poco i suoni dall'esterno filtravano attraverso le persiane, da sotto le porte, dalle mura stesse, e giungevano a lui. Diversi parevano, come una specie di risacca con una vena minacciosa. Tutto attorno allo scoglio il mare si rabbuiava. E la musica dov'era? Quella è inequivocabile, quando la senti, e invece niente. Solo questo maledetto sciabordio. Potevano sembrare disordini. Rivoluzione. Del resto sempre di istinti si parla, non è un caso che le pentole e le armature si assomiglino, in fondo. Immaginava le barricate, il nostro visitatore. Bancarelle distrutte, assi divelte, spiedi trasformati in picche? Perché no? Le mura reggeranno, sicuramente. Poi poco a poco un altro suono si scavò la via nella sua coscienza. Sempre più incombente, quasi solenne nella sua immutabilità, il ticchettio dell'orologio omaggiava la forza che avrebbe sconfitto qualsiasi muraglia. Ciò che costruiamo con la pietra e con il ferro non è certo più solido di ciò che forgiamo col cuore, e se una festa può mutare in rivolta, se la brutalità e l'eccesso possono manifestarsi in ogni momento, cosa dunque è sicuro? Ed ebbe paura.
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20130731
L'uomo che volle guarire
Ogni creatività è la prima destinataria di sé stessa. Di conseguenza per un'opera di ingegno esisterà almeno un piano di lettura, il più importante, precluso a tutti fuorché all'autore, che in quel minuscolo angolo dell'universo da lui creato troverà rifugio e conforto, in solitaria e sublime solitudine. Se ciò è vero, lo è tanto di più per un artista tormentato, che sotto la veste ufficiale del giornalista di ottimo taglio borghese nascondeva l'energia selvaggia e grandiosa ereditata dalle strapiombanti cattedrali delle sue montagne, luogo di grazia e tenebra al tempo stesso. Paura della morte o del tempo che passa? Disarmante coscienza dell'impotenza umana di fronte all'ignoto? Horror vacui per la struttura stessa dell'universo?La lettura di D.B. può ispirare tutto ciò, e molte sono le sensazioni in me suscitate dagli innumerevoli confronti con le sue opere che mi hanno accompagnato attraverso gli anni (è un autore che conobbi assai presto). All'inizio ovviamente è difficile che un bambino catturi significati reconditi, e il resoconto sulla tragica fine della lugubre Baliverna altro non farà che suscitare domande sulla perizia costruttiva dei frati di San Celso; solo anni più tardi si catturerà la sottile analisi del concetto di causa, conseguenza, responsabilità e destino. Il cane che ebbe modo di vedere Dio potrà far solamente sorridere, così come la tragica figura di Maria Gron verrà sorvolata con appena un banale ricordo di antipatia (lei tanto simile a ciascuno di noi). Un racconto che mi colpì fin da subito fu quello a proposito della guarigione del principe Mseridon, che avendo sconfitto la lebbra a forza di preghiere, animato dall'implacabile desiderio di ritornare alla sua vita fatta di agi e splendori, scopre di aver acquisito insieme alla ritrovata salute una diversa percezione delle cose, e di provare orrore alla visione di ciò a cui aveva anelato per lunghissimo tempo. E' questa una riflessione sull'essenza della grazia, sicuramente venata dall'amara consapevolezza che tutto ha un prezzo, e anche un dono della provvidenza va infine pagato senza sconti. All'epoca in cui lo lessi mi impressionò semplicemente la possibilità che ci si potesse svegliare una mattina avendo perso interesse per qualsiasi cosa. Essendo per carattere portato alla noia, dalla quale emergono a volte discontinui entusiasmi non certo più confortanti di un bicchierino d'acqua fresca sotto il sole, che non dissetando imprime però l'idea del conforto e la consapevolezza di come esso sia comunque negato, la possibilità che anche le poche cose capaci di suscitare in me una qualche reazione potessero perdere tutto il loro fascino mi ha sempre dato inquietudine.
Per fortuna ciò non mi è mai successo.
Fino ad ora.
[...]
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20130531
20130526
20130512
20130509
20130508
20130506
Un albero
![]() |
| Carmina, I-32 |
Ma da cosa è circondato?
E' il vento che affresca il cielo con la polvere delle strade deserte, oppure è lo scorrere degli anni, di eternità durate un sospiro, la persistenza di immagini antiche, di fatti ormai passati, la scia di cose e persone che non sono più?
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La conchiglia viola
Ero lì a vagheggiar tra scritti e intarsi
mirante come fui molte altre volte
a vecchi oggetti stesi al sole e arsi
quando rividi cose ormai sepolte:
gioielli viola dal mare donati,
sigilli di paure mai risolte.
Segni, lacerti di tempi passati,
a noi giungono ancor, sebben la mente
tenti da lor fuggir, ricordi amati.
Di ciò, lo dico ben, io son cosciente;
di triste e vana impresa: abbandonarsi
è meglio assai, e già meno avvilente!
mirante come fui molte altre volte
a vecchi oggetti stesi al sole e arsi
quando rividi cose ormai sepolte:
gioielli viola dal mare donati,
sigilli di paure mai risolte.
Segni, lacerti di tempi passati,
a noi giungono ancor, sebben la mente
tenti da lor fuggir, ricordi amati.
Di ciò, lo dico ben, io son cosciente;
di triste e vana impresa: abbandonarsi
è meglio assai, e già meno avvilente!
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20130427
Un segno con il gesso
Vorrei confessarmi ma non ne sono capace, perché il mio cuore è vuoto. Ed è vuoto come uno specchio che sono costretto a fissare. Mi ci vedo riflesso e provo soltanto disgusto e paura. Vi leggo indifferenza verso il prossimo, verso tutti i miei irriconoscibili simili. Vi scorgo immagini di incubo nate dai miei sogni e dalle mie fantasie. [Antonius Block] (Bergman - Il settimo sigillo)
Può una croce tracciata con il gesso su di una porta (un porta come tante altre, forse un po' più sverniciata di come il buon gusto imporrebbe) sovrastare coi suoi possibili significati la risacca vociante della folla in un giorno di primavera, di festa e di mercato? Segni comuni negli oscuri tempi passati, bandiere di guerra pestilenza e morte, la nostra civiltà li ha vinti, dicono, e se mai ne vedeste uno, state sicuri, avrà una spiegazione alquanto banale. Ma dà da pensare. Se ogni nostra città, riprendendo in parte un'idea del Doctor Gratiae, fosse la compenetrazione di diverse città, quella a cui siamo abituati, brillante e operosa, e quella invisibile e muta dei segni sulle porte, quanti ne troveremmo? Esisterebbero battenti in grado di mantenervisi inviolati?
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20130425
L'evoluzione dell'informatica
i cari bei momenti
quando per linee e cavi
si andava, lenti lenti?
Sicchè tali momenti,
volgendosi ad occaso,
ridotti son, portenti...
ricordi dentro a un vaso...
Se pur a te, Atena,
di tecnica la musa
l'alma da speme piena
rivolgersi era adusa,
or già ridotto a pentola
banale macchinario
compilator bonario
lo fascino lasciò
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Poetare notturno (ad uso de' miti borghesi)
e seppure, nel mio letto,
me ne sto così a rimare,
altro poi non v'è da fare...
e se poi da fare v'è
stanco sono,
coccodè.
Quando senti il ritmo e ridi,
come invero stai facendo,
lo silenzio, sai, uccidi,
gli altri svegli, ben l'intendo
e se ben l'intendo io,
io che già sono lontano
altri urlan santoddio,
e ti menan... piano piano.
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surrealtà
20130421
C.A.G.E. XXIV/46: Fantasia per un sorriso
L'original a me ratto s'apprende
per la cagione de lumi sinceri,
core non muta si dolci pareri
se a modo d'alea colore si stende.
Sperar lo vorrei,
ma tra ciminiere
già falansteri di preci passate
ogni pensier
è pur vita
è pur morte
ridotto a chimere
da tempo celate.
per la cagione de lumi sinceri,
core non muta si dolci pareri
se a modo d'alea colore si stende.
Sperar lo vorrei,
ma tra ciminiere
già falansteri di preci passate
ogni pensier
è pur vita
è pur morte
ridotto a chimere
da tempo celate.
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20130420
Εικόνες και μνήμες
Non sono poi solo queste le cose che scatenano in me una sorta di trance contemplativa. Semplicemente lo fanno sistematicamente. Ma sovente accade in contesti insospettabili: un ragno che tese la sua tela alla luce di un lampione, un vaso di violette bagnate dalla pioggia, unica oasi di colore in una piazza e in un cuore altrimenti vuoti... un disegno in una vecchia enciclopedia... e poi... lasciamo perdere. Il punto è che uno spera di poter essere lasciato in pace da se stesso, e puntualmente non ce la fa. Così una fotografia può vincere il senso di autoconservazione e scatenare uno stream of consciousness il cui urlo fa ammutolire quello delle più imponenti cateratte. E' da ore che ce l'ho qui davanti, e non riesco a staccarmene. Mi ha rigettato indietro, in tempi e luoghi dai quali pensavo di potermi affrancare. Lo sguardo. Prospettiva. Non posso nemmeno dire che fosse una foto che non vedevo da tanto tempo. Anzi. Pur tuttavia mai aveva sortito in me tale spasimante reazione. Perché qui e perché oggi? Il colore, opaco, luminoso. Riflessi. E io che pensavo... non può essere veramente così... Luce, vera, autentica... gioia selvaggia? Può un fiume correre sotto la superficie ghiacciata? Dicono di no, tuttavia ne abbiamo la prova, tutti i giorni. Tutti i giorni che vedono tempo buttato, inutilmente, per cercare sicurezze. Manca un'ora, devo uscire... vediamo... staccato, staccato, staccato, spento, staccato, chiuso... ininterrotto... staccato, buio, buio... spento, spento, chiuso, chiuso, chiuso, chiuso... chiuso, senza soluzione di continuità, non lascia passare la luce. Tutto a posto. A posto? Mi trattengo come svuotato dalla volontà, e il tempo passa, più delizioso della meta stessa essendo l'indugio [leopardianamente, ... Questo di sette è il più gradito giorno, / pien di speme e di gioia: / diman tristezza e noia / recheran l'ore, ed al travaglio usato / ciascuno in suo pensier farà ritorno. ...]. Tempus fugit eppure non mi sono mosso, ci vorranno lunghi quarti d'ora. Canovaccio quotidiano, Ufficio delle Ore in un tempo senza Dio. Si ripete. Pozzo di Democrito. Ma finalmente andiamo... DOVE? [...]
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20130410
C.J.S.
Sognare di eventi gioiosi.
Sei chiamato a parteciparvi.
Ma in realtà è un incubo.
E perchè alla fine un'aquila si getta a terra, pesante?
Sei chiamato a parteciparvi.
Ma in realtà è un incubo.
E perchè alla fine un'aquila si getta a terra, pesante?
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20130408
Shuffle mode: ON
Io non uso spesso la modalità shuffle quando ascolto musica... del resto non è l'ideale per chi ascolta musica classica: questa infatti necessita di una formalizzazione... CAZZATE. TUTTE CAZZATE. A parte il fatto che ormai da un po' non ascolto più principalmente classica, la vera verità è che accostare un singolo movimento di Mozart a Elio o ai Black Sabbath non costituisce crimine contro l'estetica, e le qualità di ciò che udiremo non ne verranno compromesse.
Quindi io spesso uso la modalità shuffle. Ci si possono imparare anche molte cose, ad esempio quali sono i pezzi che ascoltiamo davvero e quali invece potrebbero benissimo essere lasciati in archivio.
Ieri per dire quel farabutto del Galaxy ha risputato fuori un pezzo che non riascoltavo da un anno, giorno più giorno meno. E' tanto tempo. Il dispositivo in questione probabilmente non era stato nemmeno progettato. Il Kyrie dalla Messa "Nigra Sum" di Giovanni Pierluigi da Palestrina non è certo la tipica cosa che vai ad metterti passeggiando per strada o mentre guidi (colpo di sonno assicurato). Eppure in effetti l'ultima volta che l'avevo ascoltato ero in macchina. Parcheggiata. Quando per seguire quel cazzo di copione su cui per qualche cazzo di ragione baso la mia cazzo di esistenza, mi forzai ad isolarmi dai miei amici, in compagnia dei quali avrei dato qualsiasi cosa per stare e dei quali avrei potuto condividere la gioia (era un giorno importante), per chiudermi in una lattina a motore ed abbandonarmi controvoglia alle note del grande polifonista rinascimentale. Guadagnandomi senza dubbio gli improperi di Cristo, della Madonna, di tutti i santi e pure di Palestrina, che sarà stato pure bravo ma sicuramente sapeva anche divertirsi. Dentro la lattina il silenzio, la sterile supponenza, fuori tutto un Universo. Queste sono le cose di cui ci si pente veramente. Sapendo ciò che so adesso, se potessi tornare indietro anche solo di un paio d'anni, mi comporterei diversamente.
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20130406
Il concerto
Ha un che, San Giacomo. Molti potrebbero asserire che si tratti di un quartiere operaio senza infamia e senza lode, ma per me non è così. Anzi, con la sua chiesa, che sembra essersi fatta spazio quasi a forza tra i palazzoni che la cingono da ogni lato, ed abbastanza per avere anche una piazza degna di questo nome ad introdurne la facciata, suggerisce quasi l'idea di città d'altri luoghi, ove la tradizione, avendo subito il tentativo, fallito, di prevaricazione da parte della becera mordenità, abbia mostrato la sua vera forza. Potrebbe sembrare la periferia di una qualsiasi metropoli, e lì, al centro, non stonerebbe un fast-food o un supermercato. Invece ci hanno messo una chiesa, ed è questa che irradia la misura d'uomo a tutto il rione, a allora anche i bar, la pizzeria, il negozio di alimentari collaborano a creare l'idea di "paese" che da soli non avrebbero evocato. Si badi bene: non è certo una costruzione antica, precedente a tutto ciò che le è cresciuto attorno. Se così fosse, il messaggio ne uscirebbe indebolito; si potrebbe pensare che tale lacerto del passato sia stato risparmiato per inerzia o per convenzione, ma in fondo soltanto tollerato. Invece è coevo a tutto il resto, a dimostrare che anche gli spunti razionalistici che hanno plasmato il circondario hanno dovuto necessariamente poggiare su ciò che fu, che ancora è e che sempre sarà (tradizione? fede? senso di trascendenza? chissà...), e innalzarne il monumento.Niente di strano quindi che la mia mente contorta trovi che questo sia il luogo ideale per celebrare la fine di un percorso. Che poi questo cammino, musicale ma non solo, debba concludersi con il Requiem mozartiano, è doppiamente evocativo: non me ne vogliano i miei colleghi; non sto augurando a nessuno una fine prematura, ma se è vero che come forse disse, o forse no, secoli fa qualche grande pensatore: "il Tempo è la scuola dell'Eternità", allora l'idea della morte può tornare a quella di passaggio, e l'aldilà non è separato dall'aldiqua necessariamente dalla nuda terra... che è poi ciò di cui erano certi coloro che hanno collaborato, con il pensiero, la poesia, il talento musicale, a plasmare l'opera che ci è pervenuta. Lo so, lo so che la sequenza di Tommaso da Celano canta dell'ira di Dio, delle preghiere per un giudizio più clemente, che tutti sappiamo, in fondo al nostro cuore, di non meritare... del resto erano tempi difficili, e la Bestia dell'Apocalisse era sentita presente, in agguato nelle ombre contorte degli alberi, quasi fosse una fiera dalle fauci grondanti carne e sangue, tangibili, e non solo allegoricamente spirituali. È forse dissacrante sentirla diversamente? E invece di un inno a ombre, fuoco e zolfo, essere portati, complice la purezza strumentale, emendata dal testo nella versione per soli archi, a percepire il tutto come un delicato commiato ai compagni che avendo già concluso gli studi, ci hanno lasciato per intraprendere quel cammino che è la vita?
Vaneggiamenti. Tuttavia sono sincero, quando dico che non appena l'arco inizia a scivolare sulle corde, insieme a tanti altri, e il suono si spande per la navata, prima timidamente, poi via via sempre più solenne, mi sembra di vederli là, accanto a noi, negli atteggiamenti a cui ci hanno abituato. Si dice che grazie alla tecnologia odierna, gli addii siano ormai cose del passato, ma per quello che ho potuto vedere finora, il cammino dell'esistenza è fatto di incontri, di collaborazioni dove ci si tiene per mano per affrontare un percorso per chiunque troppo gravoso in solitaria, ma anche di separazioni in cui ciascuno prende una strada diversa seguendo le proprie ispirazioni se non la cieca sorte. Certo all'inizio la voglia di voltarsi indietro sarà forte, e se lo si farà, per un po' sarà possibile intuire la figuretta lontana di chi ci ha accomagnato. Ma è destino che alla fine tale visione sarà fatta solo di ricordi. Alcuni addii saranno soddisfacenti, e lasceranno sereni, altri magari saranno a stento percepiti, altri invece, purtroppo al pari di una cadenza sospesa lasciata vibrare sino al silenzio, lasceranno aperti molti interrogativi, ferite che forse solo il tempo riuscirà a sanare. L'unica cosa da fare sarà imparare dagli errori commessi per essere migliori in futuro. [le ultime note risuonano tra i pilastri rivestiti di marmo... ci saranno applausi, ma sono dominato dal silenzio. Ringraziamenti, rinfreschi? Mi vedo già nella pioggia, camminando, alla volta di casa]
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20130405
La via più antica
Ma fermandosi e mirando quello scorcio, quei portici,quella fuga di antiche colonnette levigate dai secoli, contrappuntate al vivo colore delle murature, ci si meraviglia di non vedere uscir dagli androni dame e cavalieri, mercanti e artigiani d'un tempo, e che l'aria non sia traversata dal suono di vielle e liuti. L'illusione c'è tutta: la stessa prospettiva, ingannata e deformata da tali architetture disuguali tra loro in quanto frutto non di un'unica volontà, porta la mente agli antichi maestri, che con dipinti e miniature hanno plasmato l'archetipo della loro epoca...
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20130401
Sotto le nuvole, Sopra le nuvole
Mi ha sempre affascinato l'idea del viaggio. Non dico necessariamente alla volta di destinazioni remote e misteriose, ma semplicemente il girovagare tipico di un giorno come di un altro, quando avendo in mente la direzione approssimativa della propria meta, si scelgano le strade seguendo l'istinto, non curandosi necessariamente di cercare il percorso più rapido ed efficiente. Cosi può capitare di trovarsi all'improvviso nel mezzo di una distesa di pioppete, e, avendo levato lo sguardo, di osservare le montagne ancora candide di neve comprese tra il verde brillante dell'erba giovinetta e la cappa plumbea delle nubi: i rilievi, resi definiti dall'aria limpidissima al disotto di queste, appariranno come incastonati nel delicato intrico dei rami ancora spogli, nella teoria dei tronchi snelli quali giunchi e disciplinati dalla mano dell'uomo, e daranno al viandante, complice il silenzio, l'impressione di trovarsi in una cattedrale immaginaria, ove arte e natura abbiano collaborato nel plasmare splendide vetrate.Poco importa che tale recesso sia stretto tra strade affollate, svincoli, capannoni: esistono luoghi così, in grado di non essere soffocati dal contesto: forse sono lì per insegnarci qualcosa.
Essendosi lasciati alle spalle tutto ciò, si potrà dubitare di ciò che è stato [sospira]... ma quel silenzio, quella serenità perfetta e inesprimibile riemergerà, unica esperienza degna di essere ricordata.
Ma bisogna proseguire... chissà cosa ci aspetta, poi... raggiunta la meta ci si sentirà comunque fuori posto: se la destinazione è un'occasione festosa, è il caso del nostro peripatetico, ad egli sembrerà di essere simile a quella pioppeta, muto e sordo in mezzo alla confusione, come se l'aver esperito un certo tipo di innegabile bellezza l'avesse di contro condannato a non sapersene staccare.
Il viaggio dunque non può che proseguire, tentativo sciocco di fuggire da ciò che è interiore, sperando esista un luogo da solo in grado di dare sollievo: avanti dunque; il viandante a dir la verità vorrebbe fermarsi [ha senso tutto questo?], non può, e la strada inizia pure a salire, incuneandosi tra i primi, avanzati contrafforti delle montagne. L'orizzonte, rotto ormai da ogni parte, è stretto sempre più d'appresso dalla volta delle nubi, che di momento in momento si vanno incupendo. Sarà la sera che è già discesa? Arriva però il momento, magari attraversata una galleria, in cui però si ritrova sopra. E' limpido lassù, il sole splende ancora moltiplicandosi nella neve delle vette, e guardando indietro, egli vedrà un lago fioccoso, negli abissi del quale ha lasciato tutto un mondo. Invece adesso è circondato dal più puro inverno, che evidentemente non vuole arrendersi allo scorrere del tempo [potessi ritornare indietro...
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20130325
Echi dal passato
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20130319
Musica a San Rocco
Vorrei che foste qui. Che poteste apprezzare, come me in questo istante, il tessuto della città che si offre placido allo sguardo del viandante, che lo accompagna, attraverso le prospettive di prati orti case strade siepi campanili, al punto di fuga naturale, quel colle, marezzato di verdi essenze e coronato da una cascata di luce, luce fredda, di un pallore virginale, che si riflette sulle mura antiche del castello, luce più calda che infiamma le facciate dei palazzi ad esso circostanti. Su tutto ciò domina il blu incredible del cielo: così preziosamente trapunto di stelle, sembra uscito da una miniatura, da una pala d'altare dei maestri passati.
Non si vede spesso un cielo così. Probabilmente è li ogni notte, ma siamo troppo impegnati a tenere gli occhi fissi sulla nostra strada, uno massimo due passi avanti, per poterlo notare. Io stesso non l'avevo certo cercato. Quando ero uscito in tutta fretta dalla sala in preda al disgusto non so se per me stesso o per il mondo, i miei pensieri erano ben altri. Per fortuna capita a volte di alzare lo sguardo, e può succedere che ciò che si scorge possa essere d'aiuto più di mille parole. Davanti alla quiete che sembra annullare il tempo, cosa sono le nostre misere inquietudini? Alla fine questa visione era qui da molto prima di me, e certamente mi sopravviverà. Non certo per inerzia: non troppi decenni or sono, queste plaghe conobbero le distruzioni della guerra, e quel colle che sembra ora immutabile nella sua serenità appariva butterato di crateri e oppresso dall'arida sassaia delle rovine. Il tempo e la volontà hanno posto rimedio alla distruzione, quella volta come tante altre. E lo faranno ancora.
Non si vede spesso un cielo così. Probabilmente è li ogni notte, ma siamo troppo impegnati a tenere gli occhi fissi sulla nostra strada, uno massimo due passi avanti, per poterlo notare. Io stesso non l'avevo certo cercato. Quando ero uscito in tutta fretta dalla sala in preda al disgusto non so se per me stesso o per il mondo, i miei pensieri erano ben altri. Per fortuna capita a volte di alzare lo sguardo, e può succedere che ciò che si scorge possa essere d'aiuto più di mille parole. Davanti alla quiete che sembra annullare il tempo, cosa sono le nostre misere inquietudini? Alla fine questa visione era qui da molto prima di me, e certamente mi sopravviverà. Non certo per inerzia: non troppi decenni or sono, queste plaghe conobbero le distruzioni della guerra, e quel colle che sembra ora immutabile nella sua serenità appariva butterato di crateri e oppresso dall'arida sassaia delle rovine. Il tempo e la volontà hanno posto rimedio alla distruzione, quella volta come tante altre. E lo faranno ancora.
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20130313
Scappate, sono tra noi!! ARGHH!!
E' sul finire del XVI secolo che Erasmo da Borgo San Protasio, abate a Sergozzone sul Bumbro, monastero ora noto per i suoi pregevoli Te Deum di epoca barocca, lascia per la prima volta una testimonianza scritta riguardante delle entità fino allora avvolte nel più oscuro mistero.
[...] ed io conobbi in uno de' camminamenti, che per l'uficio mio suolevo fare in tempo remotissimo, et pria d'addivenir lo padre di tale mirabile abbazia, che ora anzi altri in vece mia s'arrischiano ne' li itineri, tali orride creature che mai vidi pria d'allora, e mai ebbi la ventura di secar in seguito (sia lode all'Altissimo). Ero dunque sulla via per l'Alemagna, e valicando li monti trovandomi in una ragione invero desolata, che aggiunsi ne' pressi d'una villula, o accrocchio di case o abituri che dir si voglia, che pareva abbandonato di gran fretta. Già prima nello mio camminar ebbi modo d'udir dalle labia de' bifolchi storie alquanto strane, ma inver non detti loro attenzione alcuna, giacchè anche normali eventi, tema puotono sollevar ne' lo spirto de viri non adusi a favellar di mathematicae, o di cose di natura, mentre in effetti risultano a li uomini mirabili per doctrina quasi immeritevoli d'attenzione, sicut lo tono dell'adirato cielo più non turba li cori, alla guisa in cui inver soleva fare co' l'avi nostri, quando ancor era creduto infatti manifesto de lo Nostro Signor gratioso, Laudetur Semper (che anzi penso non sia dimolto saggia tale sicurtade nella conossenza, di cui ancora molto difettiamo, e tanto ancora abbiam da trarre da le tenebre dell'ignoranza, com'ebbi poi a scoprire). Ero dunque preso ne lo valicar codesta villula, che la mia cavalcatura, bestiola mansueta, o rassegnata allo fato suo che dir si voglia, cosa per la verità consona alla sua natura di mulo, che già non convien che li homini di chiesa s'avvalgano de li cavalli, come già sebbe a considerare in passato, la mia cavalcatura dicevo, si diede ad un'inquietudine alquanto inusitata, e più non intendeva procedere oltre. Ero intento a ripigliar lo governo, quando vidi alfine tali portenti, che fino allora altro non avevo fatto che irridere ne' raccondi de li villici. Erano dunque codesti esseri ben vivi et animati, e foggiati a guisa di uncino o artiglio, se non che tale era la parvenza dello profilo, che anzi erano talmente piatti che lo prospetto loro veniva a celarsi. Tali creature curiosamente saltellavano sullo piede loro emettendo versi alla guisa de topi, e come s'avvidero dell'avvento mio, subito si lanciarono allo mio indirizzo, che anzi non li vidi più a lungo, a cagione come ebbi a dire della loro piattezza. Fortuna volle che in tale momento lo mulo ritrovò lo vigore o volontà e partì a gran velocità, che anzi mai più palesò in seguito. Riuscii dunque a trarmi in salvo [...]Non siamo a conoscenza della ragione per cui Erasmo decise di non avvalersi del latino per questo suo racconto, giuntoci tra l'altro incompleto: opinione comune è che esso dovesse servire a mettere sull'avviso del pericolo quanta più gente possibile, e all'epoca in cui egli scriveva il latino non aveva più diffusione sufficiente.
Quello che importa è che le creature descritte ben si adattano a spiegare certi grandi misteri della storia, come la grande crisi dell'età antica che causò tra le altre cose la fine dell'impero ittita, solitamente attribuita ai Popoli del mare.
Nonostante i secoli siano costellati da indizi della presenza di questi esseri, l'unica testimonianza esplicita rimane quella di Erasmo, almeno fino agli anni ottanta del secolo scorso, quando viene ritrovato in una soffitta di Galeazzo sul Mincio un curioso documento che qui riportiamo:
![]() |
| L'imballaggio di Galeazzo sul Mincio |
Da allora tuttavia le apparizioni di tali creature si sono fatte più comuni, costringendo le autorità a porvi in qualche modo rimedio.
![]() |
| Qui c'è una punta furba che ti guarda |
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20130120
La Vie en rose
E’ già sera quando finisco il mio lavoro (ma era proprio necessario uscire in questa triste e piovosa domenica? E perchè provo all’idea di andarmene la stessa riluttanza?) e decido di girovagare, seguendo schemi presenti forse solo nei meandri della mia memoria, per le vie della città che tanto mi è cara ma che sta acquistando ora ai miei occhi una luce desolata e opprimente.Sembra sia popolata solo da fantasmi. Il silenzio, una cappa di piombo capace di indurmi a dubitare dei miei stessi sensi - la pioggia non dovrebbe far rumore cadendo? Tutto è immobile tranne i riflessi delle pozzanghere illuminate da lampioni gialli e turbate da gocce sempre nuove, e che pur iridescenti per l’olio dei motori (mucillagine del mondo moderno), non riescono tuttavia a colorare questa sera livida, in bianco e nero.
Il tempo passa scandito dai semafori, che con una diligenza quasi di cattivo gusto, e propria infatti solo delle macchine, continuano a regolare un traffico presente in ricordi di altre e forse più rassicuranti giornate. Accanto alla teoria spettrale di queste luci rese amare dalla loro inutlità, quella ancora più sconvolgente di edifici negozi case altri negozi abitazioni bar altre case ristoranti resi uguali da freddi diaframmi metallici. Siamo sicuri che dietro ci sia ancora qualcosa? O che ci sia mai stato? Quelle vetrine davanti alle quali mi ero fermato innumerevoli volte sono esistite per davvero? Alzando lo sguardo, finestre chiuse e buie, in alto, sempre più in alto, fino a quelle sommitali degli edifici più antichi, che al pari di occhiaie vuote e accigliate dalle estremità dei tetti pare che fissino il viandante (ma dove sono andati tutti?) quasi a volerlo giudicare.
Mi avvicino ad una panchina, bagnata non certo più di me che ho chiuso l’ombrello già da molto tempo. Il legno è freddo e per i primi momenti non è una sensazione gradevole. Finalmente mi rassegno all’acqua e inizio a fissare questo scorcio di non esistenza. Passano i minuti. All’improvviso un suono lontano mi scuote dai pensieri di pomeriggi sereni e ormai parte di un altro mondo. Uno scalpiccio scomposto. E’ un cane. Procede a balzi irregolari, come se nemmeno lui avesse una chiara idea di dove andare. In ogni caso si avvicina. Sta giocando, con un grosso pezzo di gomma, simile ad un foglio spesso e color del mattone. Lo lancia in aria con un movimento laterale della testa, neanche fosse un frisbee, lo insegue, lo recupera, lo rilancia... senza tregua. Procedendo così supera la panchina, incurante della mia presenza. Ha smesso. Si volta e mi guarda. E’ un cane nero di taglia media. Si avvicina, sedendosi poi a due tre passi da me ancora col suo giocattolo in bocca. Per lunghi attimi ci fissiamo. E’ immobile ma leggo nei suoi occhi una tensione trattenuta forse dalla paura di disturbarmi. Alla tendendosi in avanti senza fare un passo mi porge il pezzo di gomma. Vuole giocare! Prendo quel curioso rimasuglio di chissà quale oggetto e lo lancio, molto più distante di quanto finora fosse riuscito ad andare. Il cane schizza via confondendosi nell’oscurità. Torna, festoso, riportando la preda. Trovo la sua gioia selvaggia quasi liberatoria, capace di scacciare l’incubo che mi stava togliendo il respiro. Andiamo avanti così per tanto, tanto tempo, attraversando giardini, viali, parchi e piazze, senza incontrare mai anima viva, e forse è meglio così. Da una casa esce improvviso un suono come di grammofono, che spande nella pioggia le note di una vecchia canzone francese. Mi rendo conto che sarebbe anche ora di tornare, non so perchè ma adesso ho trovato il coraggio di allontanarmi da questa città deserta, anche se ignoro per quanto riuscirò a conservarlo. Il cane evidentemente capisce, e si ferma, simile ad una statua, accanto ad un pennone di bandiera, in quella piazza che aveva già visto concludersi tante mie giornate. Mi allontano, e la figuretta che mi osserva ferma sotto la pioggia si fa sempre più piccola e vaga. Mi volto, e dietro di me il silenzio rotto solo dalle dolenti note che ancora giungono, sebbene ormai indistinte. Mi incammino verso la macchina, e il coraggio sta già venendo meno; come quando dopo aver letto un libro che ti ha rapito l’anima, esiti a richiuderlo temendo di accorgerti che il mondo dove eri vissuto grazie ad esso altro non fosse stato che illusione. In ogni caso entro nell’abitacolo. Per la prima volta sento la pioggia, mentre si infrange sui vetri. Faccio per girare la chiave, il quadro si accende, ma non vado oltre. Devo andarmete? Spengo tutto nuovamente, e accompagnato da questo incessante ticchettio, inizio a scrivere.
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