Ha un che, San Giacomo. Molti potrebbero asserire che si tratti di un quartiere operaio senza infamia e senza lode, ma per me non è così. Anzi, con la sua chiesa, che sembra essersi fatta spazio quasi a forza tra i palazzoni che la cingono da ogni lato, ed abbastanza per avere anche una piazza degna di questo nome ad introdurne la facciata, suggerisce quasi l'idea di città d'altri luoghi, ove la tradizione, avendo subito il tentativo, fallito, di prevaricazione da parte della becera mordenità, abbia mostrato la sua vera forza. Potrebbe sembrare la periferia di una qualsiasi metropoli, e lì, al centro, non stonerebbe un fast-food o un supermercato. Invece ci hanno messo una chiesa, ed è questa che irradia la misura d'uomo a tutto il rione, a allora anche i bar, la pizzeria, il negozio di alimentari collaborano a creare l'idea di "paese" che da soli non avrebbero evocato. Si badi bene: non è certo una costruzione antica, precedente a tutto ciò che le è cresciuto attorno. Se così fosse, il messaggio ne uscirebbe indebolito; si potrebbe pensare che tale lacerto del passato sia stato risparmiato per inerzia o per convenzione, ma in fondo soltanto tollerato. Invece è coevo a tutto il resto, a dimostrare che anche gli spunti razionalistici che hanno plasmato il circondario hanno dovuto necessariamente poggiare su ciò che fu, che ancora è e che sempre sarà (tradizione? fede? senso di trascendenza? chissà...), e innalzarne il monumento.Niente di strano quindi che la mia mente contorta trovi che questo sia il luogo ideale per celebrare la fine di un percorso. Che poi questo cammino, musicale ma non solo, debba concludersi con il Requiem mozartiano, è doppiamente evocativo: non me ne vogliano i miei colleghi; non sto augurando a nessuno una fine prematura, ma se è vero che come forse disse, o forse no, secoli fa qualche grande pensatore: "il Tempo è la scuola dell'Eternità", allora l'idea della morte può tornare a quella di passaggio, e l'aldilà non è separato dall'aldiqua necessariamente dalla nuda terra... che è poi ciò di cui erano certi coloro che hanno collaborato, con il pensiero, la poesia, il talento musicale, a plasmare l'opera che ci è pervenuta. Lo so, lo so che la sequenza di Tommaso da Celano canta dell'ira di Dio, delle preghiere per un giudizio più clemente, che tutti sappiamo, in fondo al nostro cuore, di non meritare... del resto erano tempi difficili, e la Bestia dell'Apocalisse era sentita presente, in agguato nelle ombre contorte degli alberi, quasi fosse una fiera dalle fauci grondanti carne e sangue, tangibili, e non solo allegoricamente spirituali. È forse dissacrante sentirla diversamente? E invece di un inno a ombre, fuoco e zolfo, essere portati, complice la purezza strumentale, emendata dal testo nella versione per soli archi, a percepire il tutto come un delicato commiato ai compagni che avendo già concluso gli studi, ci hanno lasciato per intraprendere quel cammino che è la vita?
Vaneggiamenti. Tuttavia sono sincero, quando dico che non appena l'arco inizia a scivolare sulle corde, insieme a tanti altri, e il suono si spande per la navata, prima timidamente, poi via via sempre più solenne, mi sembra di vederli là, accanto a noi, negli atteggiamenti a cui ci hanno abituato. Si dice che grazie alla tecnologia odierna, gli addii siano ormai cose del passato, ma per quello che ho potuto vedere finora, il cammino dell'esistenza è fatto di incontri, di collaborazioni dove ci si tiene per mano per affrontare un percorso per chiunque troppo gravoso in solitaria, ma anche di separazioni in cui ciascuno prende una strada diversa seguendo le proprie ispirazioni se non la cieca sorte. Certo all'inizio la voglia di voltarsi indietro sarà forte, e se lo si farà, per un po' sarà possibile intuire la figuretta lontana di chi ci ha accomagnato. Ma è destino che alla fine tale visione sarà fatta solo di ricordi. Alcuni addii saranno soddisfacenti, e lasceranno sereni, altri magari saranno a stento percepiti, altri invece, purtroppo al pari di una cadenza sospesa lasciata vibrare sino al silenzio, lasceranno aperti molti interrogativi, ferite che forse solo il tempo riuscirà a sanare. L'unica cosa da fare sarà imparare dagli errori commessi per essere migliori in futuro. [le ultime note risuonano tra i pilastri rivestiti di marmo... ci saranno applausi, ma sono dominato dal silenzio. Ringraziamenti, rinfreschi? Mi vedo già nella pioggia, camminando, alla volta di casa]
Nessun commento:
Posta un commento