20130427

Un segno con il gesso

Vorrei confessarmi ma non ne sono capace, perché il mio cuore è vuoto. Ed è vuoto come uno specchio che sono costretto a fissare. Mi ci vedo riflesso e provo soltanto disgusto e paura. Vi leggo indifferenza verso il prossimo, verso tutti i miei irriconoscibili simili. Vi scorgo immagini di incubo nate dai miei sogni e dalle mie fantasie. [Antonius Block] (Bergman - Il settimo sigillo)
Può una croce tracciata con il gesso su di una porta (un porta come tante altre, forse un po' più sverniciata di come il buon gusto imporrebbe) sovrastare coi suoi possibili significati la risacca vociante della folla in un giorno di primavera, di festa e di mercato? Segni comuni negli oscuri tempi passati, bandiere di guerra pestilenza e morte, la nostra civiltà li ha vinti, dicono, e se mai ne vedeste uno, state sicuri, avrà una spiegazione alquanto banale. Ma dà da pensare. Se ogni nostra città, riprendendo in parte un'idea del Doctor Gratiae, fosse la compenetrazione di diverse città, quella a cui siamo abituati, brillante e operosa, e quella invisibile e muta dei segni sulle porte, quanti ne troveremmo? Esisterebbero battenti in grado di mantenervisi inviolati?

20130425

L'evoluzione dell'informatica

Dove son poi finiti
i cari bei momenti
quando per linee e cavi
si andava, lenti lenti?

Sicchè tali momenti,
volgendosi ad occaso,
ridotti son, portenti...
ricordi dentro a un vaso...

Se pur a te, Atena,
di tecnica la musa
l'alma da speme piena
rivolgersi era adusa,

or già ridotto a pentola
banale macchinario
compilator bonario
lo fascino lasciò

Poetare notturno (ad uso de' miti borghesi)

Ardua è la tenzon, l'ammetto
e seppure, nel mio letto,
me ne sto così a rimare,
altro poi non v'è da fare...

e se poi da fare v'è
stanco sono,
coccodè.

Quando senti il ritmo e ridi,
come invero stai facendo,
lo silenzio, sai, uccidi,
gli altri svegli, ben l'intendo

e se ben l'intendo io,
io che già sono lontano
altri urlan santoddio,
e ti menan... piano piano.

20130421

C.A.G.E. XXIV/46: Fantasia per un sorriso

L'original a me ratto s'apprende
per la cagione de lumi sinceri,
core non muta si dolci pareri
se a modo d'alea colore si stende.

Sperar lo vorrei,
ma tra ciminiere
già falansteri di preci passate
ogni pensier
è pur vita
è pur morte
ridotto a chimere
da tempo celate.

20130420

Εικόνες και μνήμες

Come può un semplice oggetto accendere un arcobaleno di mille pensieri? Mi capita, e con una lista ben precisa quanto sconclusionata di artefatti: in ordine alfabetico, arcolai, attrezzi da calzolaio, campane, ferri da stiro (di quelli antichi), lanterne, lucerne, mantici, ocarine, roncole, scuri, e ovviamente teiere. Sarà da matti, ma una stanza che non contenga almeno uno di questi mi parrebbe indegna d'essere. E quindi, trovandomi per l'appunto alle prese con essi, mi capiterà di soppesarli, di scrutarli, senza fine, con tutte le condizioni di luce possibili, da tutte le angolazioni, cercando di capire l'origine di quell'alone di mistero che rende la loro presenza terribile e necessaria al tempo stesso. Neanche fossi Monet alle prese con la cattedrale di Rouen. Lui però era un artista, io Bewareofthevlaplayer, e probabilmente fuori di testa.
Non sono poi solo queste le cose che scatenano in me una sorta di trance contemplativa. Semplicemente lo fanno sistematicamente. Ma sovente accade in contesti insospettabili: un ragno che tese la sua tela alla luce di un lampione, un vaso di violette bagnate dalla pioggia, unica oasi di colore in una piazza e in un cuore altrimenti vuoti... un disegno in una vecchia enciclopedia... e poi... lasciamo perdere. Il punto è che uno spera di poter essere lasciato in pace da se stesso, e puntualmente non ce la fa. Così una fotografia può vincere il senso di autoconservazione e scatenare uno stream of consciousness il cui urlo fa ammutolire quello delle più imponenti cateratte. E' da ore che ce l'ho qui davanti, e non riesco a staccarmene. Mi ha rigettato indietro, in tempi e luoghi dai quali pensavo di potermi affrancare. Lo sguardo. Prospettiva. Non posso nemmeno dire che fosse una foto che non vedevo da tanto tempo. Anzi. Pur tuttavia mai aveva sortito in me tale spasimante reazione. Perché qui e perché oggi? Il colore, opaco, luminoso. Riflessi. E io che pensavo... non può essere veramente così... Luce, vera, autentica... gioia selvaggia? Può un fiume correre sotto la superficie ghiacciata? Dicono di no, tuttavia ne abbiamo la prova, tutti i giorni. Tutti i giorni che vedono tempo buttato, inutilmente, per cercare sicurezze. Manca un'ora, devo uscire... vediamo... staccato, staccato, staccato, spento, staccato, chiuso... ininterrotto... staccato, buio, buio... spento, spento, chiuso, chiuso, chiuso, chiuso... chiuso, senza soluzione di continuità, non lascia passare la luce. Tutto a posto. A posto? Mi trattengo come svuotato dalla volontà, e il tempo passa, più delizioso della meta stessa essendo l'indugio [leopardianamente, ... Questo di sette è il più gradito giorno, / pien di speme e di gioia: / diman tristezza e noia / recheran l'ore, ed al travaglio usato / ciascuno in suo pensier farà ritorno. ...]. Tempus fugit eppure non mi sono mosso, ci vorranno lunghi quarti d'ora. Canovaccio quotidiano, Ufficio delle Ore in un tempo senza Dio. Si ripete. Pozzo di Democrito. Ma finalmente andiamo... DOVE? [...]

20130410

C.J.S.

Sognare di eventi gioiosi.
Sei chiamato a parteciparvi.
Ma in realtà è un incubo.
E perchè alla fine un'aquila si getta a terra, pesante?

20130408

Shuffle mode: ON

Io non uso spesso la modalità shuffle quando ascolto musica... del resto non è l'ideale per chi ascolta musica classica: questa infatti necessita di una formalizzazione... CAZZATE. TUTTE CAZZATE. A parte il fatto che ormai da un po' non ascolto più principalmente classica, la vera verità è che accostare un singolo movimento di Mozart a Elio o ai Black Sabbath non costituisce crimine contro l'estetica, e le qualità di ciò che udiremo non ne verranno compromesse.
Quindi io spesso uso la modalità shuffle. Ci si possono imparare anche molte cose, ad esempio quali sono i pezzi che ascoltiamo davvero e quali invece potrebbero benissimo essere lasciati in archivio. 
Ieri per dire quel farabutto del Galaxy ha risputato fuori un pezzo che non riascoltavo da un anno, giorno più giorno meno. E' tanto tempo. Il dispositivo in questione probabilmente non era stato nemmeno progettato. Il Kyrie dalla Messa "Nigra Sum" di Giovanni Pierluigi da Palestrina non è certo la tipica cosa che vai ad metterti passeggiando per strada o mentre guidi (colpo di sonno assicurato). Eppure in effetti l'ultima volta che l'avevo ascoltato ero in macchina. Parcheggiata. Quando per seguire quel cazzo di copione su cui per qualche cazzo di ragione baso la mia cazzo di esistenza, mi forzai ad isolarmi dai miei amici, in compagnia dei quali avrei dato qualsiasi cosa per stare e dei quali avrei potuto condividere la gioia (era un giorno importante), per chiudermi in una lattina a motore ed abbandonarmi controvoglia alle note del grande polifonista rinascimentale. Guadagnandomi senza dubbio gli improperi di Cristo, della Madonna, di tutti i santi e pure di Palestrina, che sarà stato pure bravo ma sicuramente sapeva anche divertirsi. Dentro la lattina il silenzio, la sterile supponenza, fuori tutto un Universo. Queste sono le cose di cui ci si pente veramente. Sapendo ciò che so adesso, se potessi tornare indietro anche solo di un paio d'anni, mi comporterei diversamente.

20130406

Il concerto

Ha un che, San Giacomo. Molti potrebbero asserire che si tratti di un quartiere operaio senza infamia e senza lode, ma per me non è così. Anzi, con la sua chiesa, che sembra essersi fatta spazio quasi a forza tra i palazzoni che la cingono da ogni lato, ed abbastanza per avere anche una piazza degna di questo nome ad introdurne la facciata, suggerisce quasi l'idea di città d'altri luoghi, ove la tradizione, avendo subito il tentativo, fallito, di prevaricazione da parte della becera mordenità, abbia mostrato la sua vera forza. Potrebbe sembrare la periferia di una qualsiasi metropoli, e lì, al centro, non stonerebbe un fast-food o un supermercato. Invece ci hanno messo una chiesa, ed è questa che irradia la misura d'uomo a tutto il rione, a allora anche i bar, la pizzeria, il negozio di alimentari collaborano a creare l'idea di "paese" che da soli non avrebbero evocato. Si badi bene: non è certo una costruzione antica, precedente a tutto ciò che le è cresciuto attorno. Se così fosse, il messaggio ne uscirebbe indebolito; si potrebbe pensare che tale lacerto del passato sia stato risparmiato per inerzia o per convenzione, ma in fondo soltanto tollerato. Invece è coevo a tutto il resto, a dimostrare che anche gli spunti razionalistici che hanno plasmato il circondario hanno dovuto necessariamente poggiare su ciò che fu, che ancora è e che sempre sarà (tradizione? fede? senso di trascendenza? chissà...), e innalzarne il monumento.
Niente di strano quindi che la mia mente contorta trovi che questo sia il luogo ideale per celebrare la fine di un percorso. Che poi questo cammino, musicale ma non solo, debba concludersi con il Requiem mozartiano, è doppiamente evocativo: non me ne vogliano i miei colleghi; non sto augurando a nessuno una fine prematura, ma se è vero che come forse disse, o forse no, secoli fa qualche grande pensatore: "il Tempo è la scuola dell'Eternità", allora l'idea della morte può tornare a quella di passaggio, e l'aldilà non è  separato dall'aldiqua necessariamente dalla nuda terra... che è poi ciò di cui erano certi coloro che hanno collaborato, con il pensiero, la poesia, il talento musicale, a plasmare l'opera che ci è pervenuta. Lo so, lo so che la sequenza di Tommaso da Celano canta dell'ira di Dio, delle preghiere per un giudizio più clemente, che tutti sappiamo, in fondo al nostro cuore, di non meritare... del resto erano tempi difficili, e la Bestia dell'Apocalisse era sentita presente, in agguato nelle ombre contorte degli alberi, quasi fosse una fiera dalle fauci grondanti carne e sangue, tangibili, e non solo allegoricamente spirituali. È forse dissacrante sentirla diversamente? E invece di un inno a ombre, fuoco e zolfo, essere portati, complice la purezza strumentale, emendata dal testo nella versione per soli archi, a percepire il tutto come un delicato commiato ai compagni che avendo già concluso gli studi, ci hanno lasciato per intraprendere quel cammino che è la vita?
Vaneggiamenti. Tuttavia sono sincero, quando dico che non appena l'arco inizia a scivolare sulle corde, insieme a tanti altri, e il suono si spande per la navata, prima timidamente, poi via via sempre più solenne, mi sembra di vederli là, accanto a noi, negli atteggiamenti a cui ci hanno abituato. Si dice che grazie alla tecnologia odierna, gli addii siano ormai cose del passato, ma per quello che ho potuto vedere finora, il cammino dell'esistenza è fatto di incontri, di collaborazioni dove ci si tiene per mano per affrontare un percorso per chiunque troppo gravoso in solitaria, ma anche di separazioni in cui ciascuno prende una strada diversa seguendo le proprie ispirazioni se non la cieca sorte. Certo all'inizio la voglia di voltarsi indietro sarà forte, e se lo si farà, per un po' sarà possibile intuire la figuretta lontana di chi ci ha accomagnato. Ma è destino che alla fine tale visione sarà fatta solo di ricordi. Alcuni addii saranno soddisfacenti, e lasceranno sereni, altri magari saranno a stento percepiti, altri invece, purtroppo al pari di una cadenza sospesa lasciata vibrare sino al silenzio, lasceranno aperti molti interrogativi, ferite che forse solo il tempo riuscirà a sanare. L'unica cosa da fare sarà imparare dagli errori commessi per essere migliori in futuro. [le ultime note risuonano tra i pilastri rivestiti di marmo... ci saranno applausi, ma sono dominato dal silenzio. Ringraziamenti, rinfreschi? Mi vedo già nella pioggia, camminando, alla volta di casa]

20130405

La via più antica

Ma fermandosi e mirando quello scorcio, quei portici,quella fuga di antiche colonnette levigate dai secoli, contrappuntate al vivo colore delle murature, ci si meraviglia di non vedere uscir dagli androni dame e cavalieri, mercanti e artigiani d'un tempo, e che l'aria non sia traversata dal suono di vielle e liuti. L'illusione c'è tutta: la stessa prospettiva, ingannata e deformata da tali architetture disuguali tra loro in quanto frutto non di un'unica volontà, porta la mente agli antichi maestri, che con dipinti e miniature hanno plasmato l'archetipo della loro epoca...

20130401

Sotto le nuvole, Sopra le nuvole

Mi ha sempre affascinato l'idea del viaggio. Non dico necessariamente alla volta di destinazioni remote e misteriose, ma semplicemente il girovagare tipico di un giorno come di un altro, quando avendo in mente la direzione approssimativa della propria meta, si scelgano le strade seguendo l'istinto, non curandosi necessariamente di cercare il percorso più rapido ed efficiente. Cosi può capitare di trovarsi all'improvviso nel mezzo di una distesa di pioppete, e, avendo levato lo sguardo, di osservare le montagne ancora candide di neve comprese tra il verde brillante dell'erba giovinetta e la cappa plumbea delle nubi: i rilievi, resi definiti dall'aria limpidissima al disotto di queste, appariranno come incastonati nel delicato intrico dei rami ancora spogli, nella teoria dei tronchi snelli quali giunchi e disciplinati dalla mano dell'uomo, e daranno al viandante, complice il silenzio, l'impressione di trovarsi in una cattedrale immaginaria, ove arte e natura abbiano collaborato nel plasmare splendide vetrate.
Poco importa che tale recesso sia stretto tra strade affollate, svincoli, capannoni: esistono luoghi così, in grado di non essere soffocati dal contesto: forse sono lì per insegnarci qualcosa.
Essendosi lasciati alle spalle tutto ciò, si potrà dubitare di ciò che è stato [sospira]... ma quel silenzio, quella serenità perfetta e inesprimibile riemergerà, unica esperienza degna di essere ricordata.
Ma bisogna proseguire... chissà cosa ci aspetta, poi... raggiunta la meta ci si sentirà comunque fuori posto: se la destinazione è un'occasione festosa, è il caso del nostro peripatetico, ad egli sembrerà di essere simile a quella pioppeta, muto e sordo in mezzo alla confusione, come se l'aver esperito un certo tipo di innegabile bellezza l'avesse di contro condannato a non sapersene staccare.
Il viaggio dunque non può che proseguire, tentativo sciocco di fuggire da ciò che è interiore, sperando esista un luogo da solo in grado di dare sollievo: avanti dunque; il viandante a dir la verità vorrebbe fermarsi [ha senso tutto questo?], non può, e la strada inizia pure a salire, incuneandosi tra i primi, avanzati contrafforti delle montagne. L'orizzonte, rotto ormai da ogni parte, è stretto sempre più d'appresso dalla volta delle nubi, che di momento in momento si vanno incupendo. Sarà la sera che è già discesa? Arriva però il momento, magari attraversata una galleria, in cui però si ritrova sopra. E' limpido lassù, il sole splende ancora moltiplicandosi nella neve delle vette, e guardando indietro, egli vedrà un lago fioccoso, negli abissi del quale ha lasciato tutto un mondo. Invece adesso è circondato dal più puro inverno, che evidentemente non vuole arrendersi allo scorrere del tempo [potessi ritornare indietro...