20130120

La Vie en rose

E’ già sera quando finisco il mio lavoro (ma era proprio necessario uscire in questa triste e piovosa domenica? E perchè provo all’idea di andarmene la stessa riluttanza?) e decido di girovagare, seguendo schemi presenti forse solo nei meandri della mia memoria, per le vie della città che tanto mi è cara ma che sta acquistando ora ai miei occhi una luce desolata e opprimente.
Sembra sia popolata solo da fantasmi. Il silenzio, una cappa di piombo capace di indurmi a dubitare dei miei stessi sensi - la pioggia non dovrebbe far rumore cadendo? Tutto è immobile tranne i riflessi delle pozzanghere illuminate da lampioni gialli e turbate da gocce sempre nuove, e che pur iridescenti per l’olio dei motori (mucillagine del mondo moderno), non riescono tuttavia a colorare questa sera livida, in bianco e nero.
Il tempo passa scandito dai semafori, che con una diligenza quasi di cattivo gusto, e propria infatti solo delle macchine, continuano a regolare un traffico presente in ricordi di altre e forse più rassicuranti giornate. Accanto alla teoria spettrale di queste luci rese amare dalla loro inutlità, quella ancora più sconvolgente di edifici negozi case altri negozi abitazioni bar altre case ristoranti resi uguali da freddi diaframmi metallici. Siamo sicuri che dietro ci sia ancora qualcosa? O che ci sia mai stato? Quelle vetrine davanti alle quali mi ero fermato innumerevoli volte sono esistite per davvero? Alzando lo sguardo, finestre chiuse e buie, in alto, sempre più in alto, fino a quelle sommitali degli edifici più antichi, che al pari di occhiaie vuote e accigliate dalle estremità dei tetti pare che fissino il viandante (ma dove sono andati tutti?) quasi a volerlo giudicare.
Mi avvicino ad una panchina, bagnata non certo più di me che ho chiuso l’ombrello già da molto tempo. Il legno è freddo e per i primi momenti non è una sensazione gradevole. Finalmente mi rassegno all’acqua e inizio a fissare questo scorcio di non esistenza. Passano i minuti. All’improvviso un suono lontano mi scuote dai pensieri di pomeriggi sereni e ormai parte di un altro mondo. Uno scalpiccio scomposto. E’ un cane. Procede a balzi irregolari, come se nemmeno lui avesse una chiara idea di dove andare. In ogni caso si avvicina. Sta giocando, con un grosso pezzo di gomma, simile ad un foglio spesso e color del mattone. Lo lancia in aria con un movimento laterale della testa, neanche fosse un frisbee, lo insegue, lo recupera, lo rilancia... senza tregua. Procedendo così supera la panchina, incurante della mia presenza. Ha smesso. Si volta e mi guarda. E’ un cane nero di taglia media. Si avvicina, sedendosi poi a due tre passi da me ancora col suo giocattolo in bocca. Per lunghi attimi ci fissiamo. E’ immobile ma leggo nei suoi occhi una tensione trattenuta forse dalla paura di disturbarmi. Alla tendendosi in avanti senza fare un passo mi porge il pezzo di gomma. Vuole giocare! Prendo quel curioso rimasuglio di chissà quale oggetto e lo lancio, molto più distante di quanto finora fosse riuscito ad andare. Il cane schizza via confondendosi nell’oscurità. Torna, festoso, riportando la preda. Trovo la sua gioia selvaggia quasi liberatoria, capace di scacciare l’incubo che mi stava togliendo il respiro. Andiamo avanti così per tanto, tanto tempo, attraversando giardini, viali, parchi e piazze, senza incontrare mai anima viva, e forse è meglio così. Da una casa esce improvviso un suono come di grammofono, che spande nella pioggia le note di una vecchia canzone francese. Mi rendo conto che sarebbe anche ora di tornare, non so perchè ma adesso ho trovato il coraggio di allontanarmi da questa città deserta, anche se ignoro per quanto riuscirò a conservarlo. Il cane evidentemente capisce, e si ferma, simile ad una statua, accanto ad un pennone di bandiera, in quella piazza che aveva già visto concludersi tante mie giornate. Mi allontano, e la figuretta che mi osserva ferma sotto la pioggia si fa sempre più piccola e vaga. Mi volto, e dietro di me il silenzio rotto solo dalle dolenti note che ancora giungono, sebbene ormai indistinte. Mi incammino verso la macchina, e il coraggio sta già venendo meno; come quando dopo aver letto un libro che ti ha rapito l’anima, esiti a richiuderlo temendo di accorgerti che il mondo dove eri vissuto grazie ad esso altro non fosse stato che illusione. In ogni caso entro nell’abitacolo. Per la prima volta sento la pioggia, mentre si infrange sui vetri. Faccio per girare la chiave, il quadro si accende, ma non vado oltre. Devo andarmete? Spengo tutto nuovamente, e accompagnato da questo incessante ticchettio, inizio a scrivere.